Signor Presidente, colleghi, sottosegretario, gli ultimi dati ISTAT sulle dinamiche occupazionali mostrano uno scenario che va oltre le preoccupazioni. Sono un milione e 700 mila gli italiani in cerca di lavoro: questo significa che non possono sostenersi economicamente, che non possono vivere una vita libera e dignitosa, che sono a carico di altri, a carico delle loro famiglie, oppure di pochi ed esigui strumenti di protezione sociale.
Sono 300 mila in più rispetto all'anno passato, rispetto a quando al Governo c'era il centrosinistra. Non voglio naturalmente affermare che la gravissima crisi occupazionale del nostro Paese sia colpa dell'attuale Esecutivo, ma certo è che le scelte di questo Governo pesano. Avremo modo di riaffrontare la questione tra pochi giorni, ma l'iniziale decisione, arrivata con un emendamento del Ministro Brunetta, di licenziare in tronco decine di migliaia di precari della pubblica amministrazione (e parlo di licenziamenti dato che sono precari di lungo corso, un precariato consolidato e molto spesso qualificato, persone che hanno spesso più di quarant'anni, quindi di difficile ricollocazione) non avrebbe certo aiutato gli equilibri occupazionali del nostro Paese.
Scongiurata l'Alitalia, il Governo si stava apprestando a provocare un dramma occupazionale che può essere quantificato pari a quattro fallimenti Alitalia. Soltanto la forte e decisa opposizione del Partito Democratico, delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori spontaneamente sui luoghi di lavoro, ha creato il clima affinché il Governo smorzasse almeno l'effetto di questo emendamento. Ripeto, avremo modo nelle prossime settimane in Aula di discutere di questo, ma se il Governo avesse deciso in maniera incontrastata, i dati occupazionali sarebbero stati ben peggiori. Non tutte le responsabilità sono del Governo, ma appare comunque evidente che l'Italia vive una profonda crisi strutturale di crescita, una crisi che viene da lontano, inserita in una crisi generale delle economie occidentali avanzate.
In questo contesto il ruolo dello Stato è fondamentale: è lo Stato, con il Governo in carica e con le politiche che mette in atto, che ha il compito, anzi il dovere, di risollevare i mercati, di stimolare i consumi e l'occupazione e, quindi, la crescita e lo sviluppo del Paese. Lo stanno facendo in molte economie occidentali e, come abbiamo visto nell'esempio degli Stati Uniti, quando lo Stato non riesce a decidere, il mercato collassa a causa delle sue paure. In Italia come rispondiamo alla crisi? Licenziando i precari e tagliando in maniera lineare tutti i servizi sociali.
Credo che ognuno di noi, signor Presidente, colleghi, abbia in mente della scuola, oltre che l'importante valore sociale, culturale ed educativo, anche la funzione strategica di primo livello di quella società della conoscenza che costituisce l'indirizzo di sviluppo di un'economia come la nostra; una società fondata sui saperi, sulla formazione, sulla ricerca, sullo sviluppo delle tecnologie, insomma sulla qualificazione delle risorse umane e sull'inclusione sociale. È questo il modello di società che può vincere la competizione globale, è questo l'unico modello di società che può farcela contro i giganti asiatici e latino-americani della produzione manifatturiera e dell'energia.
La scuola è un anello fondamentale di questa catena, è il primo percorso formativo dei cittadini, innesta i saperi di base, porta l'individuo alle sue prime relazioni sociali al di fuori della famiglia, instrada in maniera determinante verso i percorsi formativi successivi. Eppure, questo Governo la considera una semplice perdita, un peso da contenere, un peso finanziario da ridurre il più possibile in un'ottica che vede tagli lineari effettuati senza criterio e senza strategie. Certamente il pareggio di bilancio è un obiettivo giusto, sacrosanto, ma non si può fare degradando il ruolo dello Stato nel determinare condizioni e opportunità affinché l'economia si possa sviluppare, affinché l'economia, e quindi la società, sia più equa, affinché i cittadini possano godere di migliori servizi.
Noi del Partito Democratico siamo convinti che, se massacriamo la scuola nel medio e nel lungo periodo, le conseguenze sull'economia nazionale, e quindi anche sugli stessi conti dello Stato, saranno peggiori rispetto agli apparenti benefici dati dai tagli che il Governo propone, perché manca una strategia, perché manca un'idea di scuola.
Sembra che anche i contenuti di merito sull'organizzazione scolastica - penso ad esempio al maestro unico - siano niente altro che espedienti normativi per coprire l'estensione dei tagli e non reali risposte alle esigenze di una scuola moderna. Perfino il voto in condotta, che in sé può anche essere una misura condivisibile, in questo decreto-legge è soltanto un espediente comunicativo, strumentale alla ricerca di consenso, la cui presenza, così come quella del maestro unico, davvero non si spiega in un decreto-legge. È veramente difficile ravvisare, infatti, la necessità e l'urgenza degli articoli 2 e 4 del testo che stiamo discutendo.
Ben diverse, invece, sarebbero le emergenze della scuola italiana. Vorrei ricordare - sono dati dello stesso Ministero - che la dispersione scolastica è ancora pari al 20 per cento, una media molto alta, molto lontana dalla media europea e assolutamente incongrua rispetto allo sviluppo economico del nostro Paese.È molto difficile giudicare, quindi, l'operato del Ministro Gelmini sul fronte delle politiche scolastiche, per la semplice ragione che sembra che non esista alcuna politica scolastica degna di tale nome. Il Ministro Gelmini si limita a ratificare i diktat del collega Tremonti, riesce bene nella comunicazione, ma opera debolmente e confusamente, fa grandissimi proclami sul merito.
Proprio ieri il Presidente del Consiglio, in sua presenza, ha premiato i ragazzi che alla maturità hanno ottenuto 100 e lode. Nel frattempo, però, in un altro provvedimento, collegato alla finanziaria, il disegno di legge n. 1441-quater, che arriverà in Aula la settimana prossima, un emendamento della maggioranza cancella il voto degli studi come titolo di merito nella formazione delle graduatorie dei concorsi pubblici, con il messaggio implicito che, nella tanto strumentalmente utilizzata società del merito, impegnarsi e conseguire, grazie all'impegno, dei risultati è solo una perdita di tempo o, al massimo, può farti ottenere una medaglia dal Presidente del Consiglio. Ne è anche la riprova un altro settore di competenza del Ministro Gelmini, un settore importantissimo, come quello dell'università e della ricerca. Lì è emblematico quanto il Ministro comunichi bene e operi male. Le università stanno affrontando un problema nell'erogare l'aumento delle borse di dottorato. Questo era stato rivendicato dal Ministro Gelmini come uno dei primi successi del Governo. Ebbene, a quanto pare, i tagli non consentono a tutte le università di aumentare le borse. È un po' come l'effetto sul bilancio dei comuni che sta avendo la mancata restituzione del gettito ICI. Il Governo, da una parte, aumenta le borse, tutte pagate dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ma, dall'altra, taglia il fondo di finanziamento ordinario e, quindi, lascia le università insolventi di fronte al pagamento delle borse d'ateneo, che in ogni caso dipendono in gran parte dai finanziamenti statali.
Ebbene, se questo è il modo di governare le risorse umane nel campo della ricerca, settori strategici per il futuro del Paese potrebbero trovarsi in seria difficoltà. Spesso il Ministro Gelmini ha proclamato di voler pagare di più gli insegnanti e di voler valorizzare le risorse umane nella scuola. Questi aumenti, per ora, non si vedono.
La scuola italiana, invece, perderà sicuramente, se questo decreto-legge venisse convertito in legge, 87 mila insegnanti e 42 mila amministrativi. Sicuramente, se questo decreto-legge venisse convertito in legge, la scuola e, soprattutto, milioni di bambini e ragazzi sarebbero molto più poveri.
Signor Presidente, colleghi, credo che, senza strumentalizzazioni di parte, il complesso degli emendamenti presentato dal gruppo del Partito Democratico migliori, per ragioni oggettive, proprio come diceva il collega Bachelet, il testo che verrebbe licenziato dall'Aula. La visione generale dei nostri emendamenti propone una scuola universale, equa, attenta alle particolari e delicate esigenze educative dell'infanzia, proiettata verso obiettivi formativi europei e contrassegnata da una gestione secondo criteri di efficienza, economicità, ma anche di alta qualità dei servizi.
Signor Presidente, vorrei soltanto sottolineare brevemente il valore di alcune di queste proposte emendative.L'articolo 1 del decreto-legge prevede che, nell'anno scolastico appena iniziato, si dia corso ad una non meglio definita sperimentazione per l'acquisizione di conoscenze e competenze relative a «Cittadinanza e Costituzione». Il testo del Governo scorda di quantificare il monte ore annuale che l'istituto scolastico dovrebbe dedicarvi nella programmazione didattica, e questo è l'oggetto dell'emendamento Zaccaria 1.111; si tratta di un requisito indispensabile per comprendere reale funzione e peso di questo indirizzo formativo. Sul voto in condotta, vorrei sottolineare la semplice, ma fondamentale, precisazione dell'emendamento Pollastrini 2.3, che richiede un patto di corresponsabilità tra famiglie, scuole e studenti. L'emendamento Picierno 2.66 definisce con chiarezza il processo per il quale ogni istituto definisce il proprio regolamento ai fini del rafforzamento del processo di corresponsabilità delle famiglie, vero e proprio processo condiviso per la definizione degli standard educativi degli studenti, e quindi delle relative sanzioni, che devono avere una dimensione di riparazione più che di mera punizione. L'emendamento Motta 3.10, sul voto espresso in decimali, riporta la necessità di articolare dei giudizi analitici di supporto al voto numerico sia sulle singole materie sia sul livello globale di apprendimento.
Come vedete, onorevoli colleghi, si tratta di proposte concrete, fattibili e sensate, che migliorano l'impianto della legge. Come espresso dagli altri colleghi del gruppo, la nostra posizione sul maestro unico è fortemente critica.
Credo che la richiesta di soppressione dell'articolo a firma della collega Coscia, così come ricordava, ancora una volta, il collega Bachelet, renda con chiarezza come riteniamo inaccettabile una scelta di arretramento sui servizi scolastici e l'educazione dei bambini, che non ha alcun altro scopo se non quello di fare cassa sulla pelle della scuola.
Fra le tante proposte migliorative del Partito Democratico, vorrei ancora sottolineare la logicità dell'emendamento Pedoto 4.54, che lascia la scelta dell'insegnante unico alla volontà delle famiglie, e dell'emendamento Bachelet 4.14, che accetta l'insegnante unico, a patto, però, che abbia un adeguato supporto di insegnanti di sostegno.
Insomma, vorrei concludere, signor Presidente e onorevoli colleghi: il nostro gruppo ha dimostrato che propone battaglie nette, ma che offre soluzioni concrete, realmente a disposizione dei colleghi della maggioranza. Per questo, ci auguriamo che vengano accolte, per tutelare e, forse, migliorare la scuola italiana.