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6
lug

inviato da Marianna Madia

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 Si è parlato molto in questi ultimi giorni del rischio di consegnare il Partito Democratico in mano agli apparati. Io credo che,  quando funzionano in modo trasparente e sano, gli apparati possano essere qualcosa di positivo nella vita democratica di un grande partito popolare. Quando invece agiscono come macchine clientelari sono l’antitesi di un progetto politico. Gli apparati, in senso negativo, non hanno un nome o un cognome né stanno da una parte sola.


E’ certamente negativo il clima che si respira in questi primi giorni precongressuali. Posizionamenti “a prescindere”, polemiche personali, marginalità dei programmi. Ieri un esponente del PD e oggi un autorevole commentatore ponevano l’accento sul rischio di un congresso di basso livello che non sciolga i nodi che hanno diviso il PD negli ultimi mesi e soprattutto che non serva a far tornare il centrosinistra al governo del paese.

Finora gran parte del partito si sta comportando da apparato nel senso peggiore. Si posiziona non solo non conoscendo ma non mostrando alcun interesse ai programmi dei candidati. Credo che i candidati a segretario possano dare a ciascuno di noi la possibilità di essere democratico o apparato (nel senso negativo). Dipende da loro, dai loro programmi. La vocazione maggioritaria di cui si parla spesso può nascere da qui, da un programma che parli (intanto) alla maggioranza del partito anche sui temi scomodi: lavoro, laicità e giustizia. Altrimenti, come scrive Pirani, è solo una partita avvelenata.


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