La precarietà potrebbe essere rappresentata graficamente come un grande segno meno. Il lavoratore “meno garantito” guadagna meno, ha meno tutele su maternità, malattia, indennità di disoccupazione. La crisi lo ha colpito duramente e, come ha sintetizzato Pietro Ichino, si è trovato per strada “senza un giorno di preavviso e senza un euro di indennità”. Poiché vive una condizione transitoria, le aziende scommettono meno su di lui e riceve meno formazione. Arriverà alla fine del suo percorso lavorativo con meno pensione, sicuramente insufficiente. Eppure, svolge le stesse mansioni dei lavoratori “normali”. Che occorra superare il cosiddetto dualismo del mercato del lavoro— sette lavoratori su dieci iniziano con un contratto temporaneo – è un punto assodato per il PD. E la lettera di M.M.V. su
l’Unità dell’11 aprile è un esempio concreto di ciò che stiamo raccontando. Bisogna ora discutere, con il massimo dell’ascolto e dell’apertura mentale, come ci si possa arrivare, valutando attentamente le proposte in campo in modo da giungere a una proposta unitaria e largamente condivisa. Il tema è molto delicato, i disegni di legge in campo sono diversi e dobbiamo stare attenti a eventuali “eterogenesi dei fini”: M.M.V con la proposta PD dovrà stare meglio e non peggio. Può sembrare scontato dirlo, ma non lo è.
Abbiamo presentato insieme a un centinaio di altri deputati, e dopo approfondite discussioni con l’associazione 20 maggio, un disegno di legge per l’istituzione di un contratto unico di inserimento formativo (Cuif). Il Cuif è una forma incentivante di accesso al lavoro che unifica e assorbe tutte le forme di lavoro precario attualmente esistenti, che prevede una prima fase di ingresso utilizzando il contratto a tempo determinato per un massimo di 36 mesi, e che rende conveniente per le aziende l’assunzione a tempo indeterminato. Su alcuni punti vorremmo soffermarci: dopo il periodo a tempo determinato, si incoraggia l’assunzione a tempo indeterminato con le piene tutele previste oggi da questo tipo di contratto (compreso l’articolo 18); il ddl prevede anche una convergenza dei diritti, delle tutele e delle opportunità nonché, gradualmente, della contribuzione per tutte le tipologie contrattuali; si semplifica il mercato del lavoro abolendo alcuni tipi di contratto proliferati con la legge 30 e rimettendo delle giuste causali – secondo la normativa europea – all’uso del contratto a termine o dei contratti a progetto; si rimette in moto il meccanismo degli incentivi (come ha detto Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 10 aprile, in Italia sono pochi ed inefficaci) legandoli alla formazione e incentivando la stabilità; si premia la formazione effettiva, ridando significato ai contratti a contenuto formativo, che spesso tradiscono il loro intento. Il tema della formazione dei lavoratori è cruciale. Per il governo e il suo Ministro del Lavoro, la precarietà delle giovani generazioni non è niente altro che “ragazzi che fanno lavoretti”. Non è così. Occorre ridare dignità al lavoro attraverso più tutele e più formazione, anche nei lavori manuali. Questo è essenziale affinché il nostro apparato produttivo non continui a scivolare verso il basso. In questo modo, la lotta alla precarietà, attraverso inclusione sociale e qualificazione, può davvero diventare uno degli strumenti necessari per uscire dalla crisi, e ridare sviluppo al nostro Paese.
Marianna Madìa, Ivano Miglioli, Maria Grazia Gatti, Giulio Santagata