Di MARIANNA MADIA MARILENA SAMPERILe vittime più rilevanti della manovra del governo sono state la scuola, l’università e la sicurezza. Ma la finanziaria estiva, appena votata con un’altra fiducia, è anche avversaria della tutela dei beni culturali. Taglia infatti ferocemente le risorse del Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali); lo stesso ministro Bondi, pochi giorni fa, di fronte al consiglio superiore dei beni culturali, si è detto in maniera imbarazzata preoccupato per i tagli impegnandosi a far cambiare rotta al suo stesso governo. I tagli inflitti al ministero con il maxiemendamento governativo aumentano. Finora Bondi non sembra essere stato molto ascoltato dai suoi colleghi di governo. Nelle stesse ore in cui la manovra veniva votata, centinaia di biblioteche, archivi e musei italiani vedevano il personale iniziare uno stato di agitazione contro la revoca di risorse vitali per la gestione di beni pubblici così importanti. La protesta dei lavoratori della cultura sta portando alla chiusura – per il momento temporanea – di siti come il Colosseo, gli Uffizi, Pompei. A giudicare dal contenuto della manovra questo governo sembra voler abdicare a quella che è una funzione stabilita dalla Costituzione e dalle leggi: la tutela pubblica dei beni culturali. Se Bondi vuole davvero cambiare rotta diventa prioritario ripristinare al più presto possibile almeno i fondi tagliati. Un piccolo passo in avanti per un ritorno dello stato ad una politica degna di questa funzione può essere tuttavia compiuto anche in questa fase. Il Partito democratico ha elaborato una proposta senza oneri per la finanza pubblica, che si pone l’obiettivo di riordinare l’esercizio delle professioni legate alla tutela dei beni culturali. L’esigenza di individuare requisiti per queste professioni è nata dall’intervento che ci hanno chiesto, all’inizio della legislatura, le associazioni degli archeologi. La professione dell’archeologo vive il paradosso di un grande dinamismo dell’attività lavorativa, unito ad una totale mancanza di regole nell’esercizio di questa attività. Oggi migliaia di archeologi italiani agiscono in un sistema completamente privo di criteri. Chiunque oggi potrebbe fare l’archeologo in qualunque condizione: non sono previsti i requisiti, non è prevista una formazione adeguata, non è prevista la certificazione della professionalità. Tutto ciò in un settore come quello dell’archeologia, che la normativa riconosce di particolare interesse pubblico. La giungla normativa penalizza professionalità e saperi di una scuola archeologica, come quella italiana, che è tra le migliori del mondo. Il governo ha, per il momento, accolto un nostro ordine del giorno su questi temi. In una fase in cui la tutela dei beni culturali si sta spostando verso un maggiore coinvolgimento dei privati e degli enti locali, diventa ancora più prioritaria la qualificazione dei professionisti addetti a questo settore. In attesa di un complessivo riordino, in coerenza con la normativa comunitaria, dei requisiti minimi per l’esercizio di tutte le professioni ancora non regolamentate, la nostra proposta intende riformare il codice dei beni culturali affinché vengano istituiti dei registri che identifichino i professionisti che vi lavorano: tra i primi gli archeologi, gli archivisti, i bibliotecari, gli storici dell’arte. Questo già avviene per i restauratori. Tutti gli altri non hanno cittadinanza e dignità all’interno del codice. In realtà il legislatore, per quanto riguarda gli appalti pubblici che coinvolgono i beni culturali, si era già posto il problema. Con il decreto legislativo n. 30 del 2004 si prevedeva «la definizione di specifici requisiti di qualificazione dei soggetti esecutori di scavi archeologici». Tale normativa è rimasta inapplicata. L’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, in un atto di segnalazione al governo e al parlamento del 2005, ha lamentato la grave inosservanza relativa alla norma che prevedeva l’emanazione, da parte del governo, di un decreto ad hoc. In pratica i grandi lavori pubblici che vedono l’impiego degli archeologi si stanno compiendo fuori legge, e non per colpa dei privati ma per la negligenza dei governi che si sono succeduti dal 2005 sino ad oggi. La nostra proposta non è una richiesta di istituzione di un albo per gli archeologi o gli archivisti o gli storici dell’arte. Non ha nulla della una misura neocorporativa né vuole dare rigidità e paletti al sistema. Il Pd ritiene che la liberalizzazione dell’esercizio delle professioni debba contemperare la qualificazione e il miglioramento delle competenze, la tutela del consumatore cui si offre il servizio professionale, che in questo caso è l’intera collettività nazionale e l’apertura al mercato. Un’apertura che deve essere fondata sul merito e le competenze, non su rendite di posizione e difesa dell’esistente. I registri dei professionisti avranno nella prima fase una funzione puramente ricognitiva e, con il sostegno delle associazioni di categoria, serviranno a identificare i requisiti formativi e professionali per svolgere professioni così importanti per la tutela delle bellezze del nostro Paese. Le associazioni giocheranno un ruolo fondamentale nel certificare, per gli iscritti ai registri, competenze e saperi, sia di carattere accademico che acquisiti sul campo. Si tratta di un disegno di legge ampiamente condiviso ed elaborato in collaborazione con le associazioni nazionali di archeologi, storici dell’arte, bibliotecari e archivisti. È un primo passo per far uscire queste bellissime professioni dal cono d’ombra di indeterminatezza nel quale sono precipitate negli ultimi anni.