E’ impossibile esprimere un giudizio politico sulla riforma Gelmini perché non esiste alcuna riforma. Non vi è cioè alcun progetto di trasformazione del sistema scolastico, universitario e della ricerca. La logica che sottende i provvedimenti del governo è semplice. La risposta alla crisi economica deve passare per una riduzione degli impegni del settore pubblico. Solo a parole keynesiano, il governo mostra un impianto di politica economica sostanzialmente fondato sulla deregolamentazione, l’alleggerimento del “peso” dello Stato e su scelte ampiamente sorpassate dall’attuale fase del ciclo economico. L’esempio francese, dove un governo di centro destra stanzia oltre dieci miliardi di euro per le università pubbliche, dimostra che un ritorno a un maggior ruolo dello Stato nell’economia è possibile se orientato verso lo sviluppo dell’innovazione e della società della conoscenza. In Italia, studenti e docenti protestano insieme. Si tratta di un moto spontaneo, non guidato dalla politica o da forze esterne. Non si tratta di una rivolta contro il governo Berlusconi, né di un nuovo ’68. Non è una protesta antisistemica, ma è motivata dall’esigenza primaria di non essere esclusi dal sistema che lega conoscenza e realizzazione personale. Chi protesta o approva le proteste – e sono, al di là del numero dei manifestanti, la grande maggioranza di coloro che vivono scuola e università – pone il problema di un sistema formativo pubblico che potrebbe non svolgere più il ruolo di “ascensore sociale” che ha avuto sino ad ora. Sarebbe un errore ritenere che la protesta riguardi solo gli studenti. Il pericolo di un’università e di una scuola pubblica impoverite, demotivate e depotenziate riguarda l’intero sistema paese. Di fronte al fallimento di un’economia fondata sul consumo e l’indebitamento, la svolta qualitativa per il nostro paese passa necessariamente per un’espansione qualitativa del nostro sistema formativo. Non attraverso la sua contrazione. La lungimiranza degli obiettivi di Lisbona del 2000, che progettavano un’Europa fondata sulla conoscenza e l’inclusione sociale, oggi deve farsi realtà concreta. E’ lì che si nasconde il Pil del futuro. La strada sinora intrapresa dal governo va nettamente nella direzione opposta e sbagliata. foto presa dal sito di Repubblica