"I walked away from Kyoto because it would damage America's economy, you bet. It would have destroyed our economy. It was a lousy deal for the American economy." Così Bush nel 2005 quando stava per proporre la sua ricetta per andare oltre Kyoto. Ma I «cieli puliti» dell’amministrazione repubblicana si rivelarono una promessa mancata, e non si è registrata una vera inversione di tendenza sulle emissioni nocive. L’approccio di Bush era radicale e brutale: le politiche ambientali sono un freno per l’economia e quindi per lo sviluppo. E senza (tanto) sviluppo, sosteneva Bush, non ci può essere l’innovazione che serve per ridurre l’impatto ambientale dell’economia industriale. Un modo, questo, per non prendere alcuna decisione e non prospettare alcun investimento. Con Obama c’è un cambio di paradigma. Partito da una situazione economica più difficile di quella del suo predecessore, il nuovo presidente decide di puntare gran parte della nuova politica economica statunitense sull’ambiente: investirà 150 miliardi nelle rinnovabili puntando alla creazione di 5 milioni di posti di lavoro, intende ridurre la dipendenza dal petrolio, far immettere 1 milione di automobili ecologiche per il 2015, ridurre le emissioni nocive dell’80% per il 2050. Nel frattempo, lega gli aiuti al settore dell’auto all’adozione di nuovi e più stringenti standard ambientali e permette agli Stati di accelerare sulla riduzione di emissioni.
E’ un programma ambizioso, difficile, ma non irrealistico. Il cambio di paradigma è importante anche per noi europei. Dimostra che esiste una vera e praticabile alternativa tra chi come Bush sostiene che politiche ambientali e sviluppo siano incompatibili e chi, all’opposto, si oppone a qualsiasi forma di sviluppo attraverso un uso ideologico dell’ambientalismo. L’ambiente - insieme alla conoscenza e all’inclusione sociale - è il terreno dove il riformismo sarà messo alla prova.