La riflessione di Marco Simoni su lavoro e flessibilità coglie il cuore del problema(L’Unità 28 ottobre 2009 http://marcosimoni.wordpress.com/2009/10/28/posto-fisso-non-fermiamoci-a-tremonti-lunita-oggi/ ). Simoni, a partire dalla ormai celebre difesa del “posto fisso” del ministro Tremonti, offre una doppia riflessione. Vi è una “flessibilità senza opportunità” che sta danneggiando più generazioni, non colpendo solo i giovanissimi ma incidendo su persone anche “oltre i 40 anni” che si trovano prive di una stabilità lavorativa. Le esternazioni di Tremonti, per quanto retoriche, colpiscono l’elettorato più delle proposte dell’opposizione. Bisogna rispondere non solo con modelli astratti o con il potenziamento degli ammortizzatori sociali, ma inducendo le aziende a utilizzare meno e meglio la flessibilità. L’uso distorto dei contratti flessibili danneggia sia le vite delle persone, sia la crescita del sistema produttivo. E’ giusto che la forma di lavoro “normale” sia il tempo indeterminato: lo indica chiaramente e tassativamente l’Unione Europea. La sfida al centro destra è sul come arrivarci. Una proposta concreta del PD c’è. Con i colleghi della Commissione Lavoro Maria Grazia Gatti e Ivano Miglioli, in collaborazione con l’associazione “20 maggio – flessibilità sicura”, abbiamo presentato un disegno di legge che interviene sul tema dell’accesso al lavoro. In Italia, i contratti temporanei sono ancora una minoranza (1 su 8); a causa dei costi ridotti per le aziende il loro utilizzo sta però crescendo vertiginosamente, con le conseguenze descritte da Simoni.
Crediamo che occorra unificare le forme di accesso al lavoro (7 lavoratori su 10 entrano nel mercato del lavoro con contatti flessibili) e costruire una sintesi tra esigenza di flessibilità delle imprese, formazione e crescita personale del lavoratore, intervento dello Stato. Oggi, ad esempio, le risorse pubbliche impegnate nei contratti di apprendistato vanno in molti casi sprecate. Le aziende ne godono agli inizi dei contratti e spesso il giovane apprendista non completa il proprio percorso lavorativo e formativo. Col nuovo strumento – chiamato Contratto Unificante di Inserimento Formativo – si rovescia questa logica. Il lavoratore viene assunto con un contratto a tempo determinato dall’azienda e, per un periodo tra i sei mesi e i tre anni, segue un percorso di formazione detto di “abilitazione”; alla fine del quale, se il contratto viene convertito in tempo indeterminato, il datore di lavoro può godere di una serie di incentivi fiscali e contributivi almeno per un tempo pari al percorso di abilitazione (ulteriori estensioni degli incentivi sono previste per le lavoratrici e per i nuovi assunti delle aree in crisi). Il nuovo contratto dovrà assorbire l’apprendistato e la maggior parte delle attuali forme di lavoro temporaneo. Pierluigi Bersani ha esordito come segretario del PD affermando che lavoro e precarietà saranno i punti centrali dell’agenda programmatica del Partito. Questa proposta potrebbe fornire un contributo importante per affrontare concretamente la maggioranza sul tema della precarietà.